Neuromarketing: cos’è e a cosa serve?

29 07 22 | News di settore

Il neuromarketing è la disciplina che studia il cervello umano per prevedere le decisioni e i comportamenti dei consumatori.

Ma partiamo dal principio.

Come nasce questo nuovo approccio chiamato Neuromarketing?

L’idea da cui nasce è quella per cui tutte le attività umane come le emozioni, le azioni, i pensieri, possono essere studiati proprio perché frutto di elaborazioni del cervello umano.

Il termine neuromarketing deriva da altre discipline che ci aiutano a comprenderlo meglio, come le neuroscienze e la neurologia

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Il Neuromarketing

Gli strumenti usati dal Neuromarketing

Per esaminare le risposte cerebrali dei consumatori, il neuromarketing utilizza diversi strumenti:

  • Eye tracker: un dispositivo che permette di sapere dove si concentra lo sguardo della persona, creando delle “mappe di calore”.
  • EEG: l’Elettroencefalogramma consente di misurare e registrare l’attività elettrica cerebrale attraverso l’utilizzo di sensori o elettrodi posizionati sulla testa e collegati ad un PC.
  • Risonanza magnetica funzionale: serve a misurare il flusso sanguigno cerebrale. Nel neuromarketing è di grande utilità, perché all’aumento del flusso sanguigno verso una determinata regione del cervello corrisponde un’attività maggiore in quella specifica area.
  • GSR, risposta galvanica della pelle: serve a monitorare la variazione delle proprietà elettriche della pelle in seguito a sudorazione. Diversi studi hanno evidenziato dei collegamenti tra l’attività elettrodermica e alcuni stati mentali come lo stress e il coinvolgimento emotivo.
  • Facial coding: il facial coding è una tecnica recente che, interpretando le espressioni facciali dell’individuo, permette di risalire alle emozioni provate da un individuo di fronte alla presenza di stimoli esterni.

Chi ha condotto il primo studio di neuromarketing della storia?

Il primo studio di neuromarketing della storia è “Pepsi vs. Coca Cola”, condotto da Baylor College nel 2003, grazie al professor Reid Montague.

Grazie all’utilizzo della risonanza magnetica funzionale, il professore scoprì delle risposte completamente diverse in base all’esposizione del brand.

Per intenderci, le stesse persone preferivano Pepsi quando erano bendate, e Coca-Cola quando veniva detto loro a chi appartenesse il contenuto della lattina.

Grazie a questo esperimento, il professore dimostrò non solo la potenza di un brand sul nostro cervello, ma anche che i consumatori, inconsapevolmente, non dicono sempre la verità perché quando un consumatore acquista qualcosa non lo fa in modo razionale ma al 95% viene influenzato dall’inconscio.

A questo punto entra in gioco il neuromarketing come unico strumento in grado di studiare la risposta irrazionale ed emozionale nei diversi contesti.

Il neuromarketing deve fare i conti con l’etica

Dopo aver condotto i primi esperimenti sono cominciate le proteste contro l’utilizzo delle tecniche del neuromarketing per le possibili conseguenze negative che ne potevano derivare. Ci si riferisce all’uso di tutte queste conoscenze che le aziende di prodotti non molto salutari come tabacco e fast food, avrebbero potuto utilizzare per costringere il consumatore ad acquistare un determinato prodotto.

Si è pensato ad una vera e propria maniploazione mentale del consumatore.

Come per tutti gli strumenti, la risposta a questi dubbi è sicuramente quella per cui dipende molto da come si utilizzano gli strumenti.

Per tanti aspetti negativi che possono derivare dall’utilizzo del neuromarketing, ce ne sono altrettanto positivi che porterebbero sicuramente numerosi benefici e scoperte interessanti per il mondo del marketing.

D’altronde, non è pur vero che il marketing sin dalla nascita si è anche basato su studi psicologici per comprendere meglio il consumatore?

E voi? Siete pro o contro questa nuova tecnica di marketing?

Scriveteci nei commenti cosa ne pensate!

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